24/mag/2012
20/mag/2012
Il bel Lombroso di una volta
su lankelot
L'uomo delinquente studiato in rapporto alla antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie (1876) di Cesare Lombroso è uno di quei libri pochissimo letti e molto saccheggiati però “per sentito dire” sì da finire nel repertorio di pregiudizi (anche verso l’autore...) e convinzioni che muovono le chiacchiere e le prese di posizione dell’uomo comune – in Italia, mediamente parlando, uno squisito analfabeta.
L'uomo delinquente studiato in rapporto alla antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie (1876) di Cesare Lombroso è uno di quei libri pochissimo letti e molto saccheggiati però “per sentito dire” sì da finire nel repertorio di pregiudizi (anche verso l’autore...) e convinzioni che muovono le chiacchiere e le prese di posizione dell’uomo comune – in Italia, mediamente parlando, uno squisito analfabeta.
Il testo fondamentale del medico e antropologo veronese, qui in un’ottima edizione de il Mulino a cura di Lucia Rodler, traccia nelle sue intenzioni una linea di congiungimento fra la ricerca “pura” e un bagaglio di saperi pronti all’uso nelle aule dei tribunali. Che avrebbero dovuto applicare alla giustizia le acquisizioni lombrosiane per dirimere casi, orientarsi fra le ipotesi, risolvere aporie. Con tutti i limiti che sappiamo, limiti epistemologici evidenti e fin troppo dileggiati, visto che a Lombroso va riconosciuto l’avvio degli studi di antropologia criminale, che all’interno di un sistema discutibile le intuizioni non mancarono certo e, soprattutto – è opinione dello scrivente – che l’opera inanella suggestioni letterarie molto molto seduttive. Peraltro, non v’è bisogno di ricorrere a Foucault per ricordare che gli apparati “scientifici” di “supporto” alle magistrature un secolo e mezzo dopo fanno acqua da tutte le parti, a iniziare dalla stessa psichiatria che vide all’opera il Nostro.
E vivaddio, quante volte il più raffinato erudito della terra trovandosi una certa faccia davanti ha pensato che non c’era bisogno di altro per farsene l’idea più giusta? Quante delle facce del potere politico di questi anni si sarebbero dovute allontanare dal consesso civile rimettendosi semplicemente all’evidenza di chiunque avesse ancora occhi per guardare e un circoletto di neuroni per giudicare? Il positivista Lombroso, va da sé, commetteva l’errore di trovare correlativi oggettivi di tendenze determinate nel labbro leporino, nella microcefalia e nel variegato paesaggio delle deformità; con le ben note osservazioni su zigomi e mandibole, sul “più folto e arricciato capillizio”, accidia e vanità congenite nei rei, strologava su basi materialistiche, e assumendo, quello sì molto pericolosamente, il paradigma di una dualità schematica e, va detto, ideologica almeno negli esiti: fra sani e delinquenti.
Alla base di tutto, l’atavismo. Ossia l’insorgenza nell’individuo di tratti riemersi da ascendenti lontanissimi, come se il male principiasse in sostanza dai residui biologici del “primitivo che è in noi”, violenza e selvaggeria preistoriche che ritornano nel disordine evolutivo (errore rovesciato e complementare al candore sorgivo del fanciullo rousseauiano).
Di lì, il repertorio della tradizione fisiognomica si organizza intorno all’esame di crani, corpi, tatuaggi (non si contavano, dice Lombroso, i casi di vera e propria “analgesia”…); di statistiche antropometriche, mondo emotivo e affettivo dei criminali – sorta di categoria storica come il proletario di Marx, e qui manca solo la definizione formale di una filosofia della storia in cui alla lotta di classe si sostituisce la dialettica persone perbene vs delinquenti – i loro rapporti con la religione, l’istruzione e persino la letteratura.
E se non mancano intuizioni che collegano il crimine all’influenza ambientale, sociale, famigliare - al clima persino – ciò che attrae di più oggi in questo testo affascinante come un trattato di esoterismo per palati fini, è proprio la sua inattualità. I delinquenti non hanno rimorsi, scrive Lombroso, che non crede alla funzione educatrice del carcere: a dire come l’illuminismo da noi ebbe vita breve. E anche i romantici sovrastorici con Lombroso non si sarebbero divertiti granché. Non soffriva ahimé di alcuna soggezione, non subiva alcun fascino, anzi: i “delinquenti” a suo avviso riescono bene nella loro attività solo perché "ripetono sempre gli atti medesimi". Così, viene da rimpiangere un’epoca che sospettiamo immaginaria, nella quale, a leggere Lombroso, i delinquenti avrebbero avuto una loro letteratura di riferimento: Ovidio (i suoi “libri osceni”…?), Petronio, Aretino… E canti e storie popolari scovate nei passatempo dei carcerati, dove l’eroe narrativo è proprio, guarda tu, il criminale!
Chi scrive, solo moderatamente pop, per nulla folk, ma lettore appagato delle nefandezze aretine e divertito dalle innocue canagliate del Satyricon, con Lombroso non avrebbe avuto scampo. E questo lo conforta. E lo ammalia la lettura di questa nota timidamente preoccupata: “So di un distinto poeta – scrive Lombroso - che appena vede sparare un vitello o solo appese le carne sanguinanti, è preso da libidine; e di un altro che ottiene eiaculazioni solo strangolando un pollo od un colombo.”
Quiz per i lettori più accaniti: di chi parlava?
07/mag/2012
L'ultima conversazione di Bolaño
dal recensore.com

Cinque interviste a Roberto Bolaño, una non breve introduzione di Marcela Valdes centrata essenzialmente su 2066, il libro maggiore dell’autore assieme a I Detective selvaggi, un lucido saggio finale di Nicola Lagioia: questo il materiale che costituisce L’ultima conversazione, quinta uscita della collana SUR, pubblicazione che minimum fax dedica alla letteratura sudamericana fra l’Onetti de Gli addii e il Ricardo Piglia da La respirazione artificiale.
Un’occasione per entrare nel mondo (mai totalmente distinguibile nel suo moto pendolare fra vita e letteratura) dell’amato scrittore cileno. Sfrondando il discorso dal mito che negli ultimi tempi impedisce ragionamenti pacati sullo scrittore, è preferibile restare al dettato terra-terra su ciò che in effetti in queste interviste dice, non senza notare il voltaggio febbrile che fa oscillare le sue parole dalla tensione idiosincratica di un’urgenza fisica pressante - solo in parte probabilmente dovuta alla malattia che lo avrebbe portato alla morte anzitempo – e la visionarietà che gli consentiva di guardare alle più lontane latitudini, terrestri e letterarie, con uno sguardo simultaneo capace di dare le vertigini – i lettori dei suoi romanzi lo sanno bene. Le interviste (traduzione di Ilide Carmignani) coprono un arco di cinque anni, gli ultimi, per cui non può mancare la ormai celebre “Ultima conversazione” pubblicata pochi giorni dopo la sua morte.
Nota in Bolaño la conoscenza vasta delle letterature mondiali – se si può dir così – e non solo della tradizione latino-americana. Egli ci tiene peraltro a sottolineare che a suo avviso quella spagnola e quella sudamericana non sono letterature separate e che Borges è il più grande autore di lingua spagnola dai tempi di Quevedo – laddove Kafka sembra essere un vertice assoluto. Bolaño ricorda che al Messico deve la sua formazione intellettuale, alla Spagna quella sentimentale. E che leggere – in questo davvero degno nipote di Borges - sia più importante che scrivere. In tutte le interviste si percepisce l’atteggiamento di Bolaño, uno scrittore in grado di parlare di molte cose ma sempre senza sussiego – con quello spirito che non lo abbandonò sino alla morte, mutuato da una giovinezza d’avanguardia, da neoDada sudamericano.
Per Bolaño (e ancora prima per Borges, ancora) l’oblio è il destino che attende tutti noi. Ovvio, si dirà, ma non se questo sapere lo fai diventare carne e sangue della tua vita. Ricorda Lagioia nello scritto finale che è qui che l’ammirazione di Bolaño verso Garcia Marquez e Vargas Llosa sembra slittare dentro un buco nero di dubbi, che concernono non tanto il valore delle loro opere (o di alcune di esse) ma il passo un po’ monumentale con cui i due più celebrati scrittori sudamericani viventi si avvicinano alla morte: nella viziosa illusione di resistervi, sperando in una canonizzazione da consegnare all’eterno.
In questo scarto, nell’oscillazione inesauribile fra una concezione della letteratura mai marginale o esornativa (cui non è estraneo infatti il lavoro immenso, la fatica immaginabile che sta dietro all’opera di Bolaño, e, si capisce, l’esito effettuale della stessa) e l’agrodolce consapevolezza della finitudine in grado di stornarle, entrambe, vita e letteratura, dalle sue pretese enfatiche, con tutto il rischio della vacua retorica che si diparte per li rami, in questo combinazione magistrale sta un po’ la polpa, il sapore di queste interviste. Non a un cattedratico, o a un entartainer ma a uno scrittore vero che avrebbe voluto essere uno sbirro, o una canaglia.
04/mag/2012
Evelina Santangelo
dal recensore,com

Evelina Santangelo (di cui mi piace ricordare la cura di un libro straordinario comeTerra matta) scrive con Cose da pazzi (Einaudi) un romanzo fitto fitto sulla città di Palermo.
Anzi su un suo preciso quartiere, Spina, narrato con un’acribia del dettaglio, un’attenzione acuminata alle minuzie del quotidiano che sono la sua sostanza precipua. Costruito intorno alla vita e all’amicizia di due ragazzini in particolare, il romanzo della Santangelo inventaria la vibratile esistenza del quartiere – una zona di Palermo formicolante di chiacchiere e botteghe, ben resa da una lingua molto concreta - attraverso scansioni domestiche minime, fatti a volte di scarso peso narrativo, setacciando la vita vissuta negli interstizi di tempo, nelle pause fra una cena e il letto per dormire, fra “Striscia la notizia” e “Scherzi a parte” – una sfida non da poco. Che è tale solo in apparenza, perché facendosi accompagnare attraverso gesti, dialoghi, bar e barberie, interni famigliari e la scuola che frequentano Richi e Rafael il lettore pian piano penetra in un mondo che in luogo dell’apparente levità sospesa fra bozzettismo e sit-com televisiva (ma calato in un impasto sensoriale vivissimo, come se trascinati da una macchina da presa in grado di restituire odori e suoni del quartiere) slitta per passaggi minimi verso la condizione inferma che vi è sottesa: quella di un potere criminale che tutto ingloba, senza, in questo caso, scene madri e clamorose efferatezze, ma omnipervasivo, ivi acclimatato come una seconda natura. Verso il quale i protagonisti sono indifesi e prima ancora ignari. Brulicante di vita, vi si sta, a Spina, considerando, come ovunque, beni preziosi quelli che la comunicazione globale impone come tali ma per il resto confitti senza trovare il modo di immaginare altro, come in un mondo senza alternative.
Qui entra in gioco il personaggio decisivo del libro, una professoressa, per giunta supplente, che saprà instillare nella mente dei ragazzini il dubbio che ciò che chiamano “recupero crediti” (il pizzo) è tutt’altro che una pratica normale, ma un reato. Una figura sociale – e credo di non forzare né il dettato del testo né le intenzioni dell’autrice - che Santangelo investe di un peso simbolico notevole, ribaltando l’odierno e ferocemente perseguito discredito che sugli insegnanti è stato montato da chi ha (avuto) tutto l’interesse per farlo. Ovvio che un personaggio del genere rischia di fare la figura del santino – e in letteratura nulla vi è di peggio. Cosa che Santangelo schiva in virtù di una costruzione che fa emergere scene e personaggi “dal basso”, grazie insomma a una voce narrativa abilissima nel mettersi da parte - il pericolo del romanzo piuttosto è quello di insistere negli anfratti, nelle spire e nei vicoli anche ciechi del mondo che racconta trascurando i cambiamenti di tensione, gli scarti di temperatura emotiva che nell’arco delle trecento pagine sarebbero stati qua e là provvidenziali. E’ la professoressa, precaria, che fa baluginare nella mente dei ragazzi l’idea non solo inopinata della legalità come valore, ma, quel che forse più conta, dell’esistenza, della possibilità di un altrove – ossia il diritto all’immaginazione, che non può non passare dalla consapevolezza che il mondo non sia quello che gli hanno raccontato fino ad allora.
“E come fai a dire che ti piace qua se non hai visto altro?”. La domanda di cui, nei giorni in cui una regista come Roberta Torre decide di lasciare il capoluogo siciliano perché ormai invivibile, più di tutto hanno bisogno i ragazzini di Spina, Palermo (Italia, più o meno).
30/apr/2012
Osip Mandel’štam

Prima del Viaggio in Armenia (che compì nel 1930, e fu l’ultimo da uomo libero, nove anni prima che scomparisse in un gulag) negli anni Venti del secolo scorso Osip Mandel’štam, scrittore purissimo (sbadatamente passato in secondo piano rispetto al poeta), firmò alcune prose di vertiginosa bellezza stilistica. Qui raccolte, prendono il titolo dalla prima. Il Rumore del tempo (l’editore è Adelphi) è quello della Russia a cavallo fra Otto e Novecento, restituito nella maniera laterale di un divagatore in apparenza capriccioso ma acuto come pochi, e auscultato dall’interno delle proprie vicende biografiche.
Mandel’stam, ebreo, vi era giunto piccolissimo dalla Polonia in cui era nato. La sua famiglia si fermò per un po’ a Pavlovsk, un villaggio a una trentina di chilometri da Pietroburgo. Ivi, nella sua fetida stazione sembrano racchiusi i peggiori miasmi di una Russia che non ama, la “quiete malsana, il profondo provincialismo” di quel mondo di fine secolo. Le descrizioni del futuro poeta che il regime staliniano farà morire in Siberia, sono micidiali. “L’aria umida dei parchi mucidi, l’odore delle serre marcescenti e delle rose coltivate e i miasmi del buffet, l’acre tanfo dei sigari”.
Non risparmia sarcasmi a nessuno, Mandel’stam, bambino dallo sguardo vitreo, osservatore di minuzie e dettagli rivelatori, che però è capace di impattare la bellezza, anche, e di erigervi un laicissimo altare. Affascinato da Pietroburgo, il cui centro gli appare di una magnificenza solenne, ne coglie gli aspetti razionalisti, molto compatibili col suo gusto. Gli procura uno strano sentimento che definirà di un “imperialismo infantile” (anche la scuola che frequenta è all’avanguardia; gli insegnanti dell’Istituto Tenisev diventano i suoi mentori).
Questa bellezza disciplinata, per il ragazzino un po’ superbo e fin troppo sveglio, rappresenta come un argine a difesa del caos “giudaico” che avverte nella sua famiglia – negli stessi arredi della casa, nel loro “sapore dolciastro”, nell’invadente odore della pelle conciata che dava da vivere al padre, nella stessa composizione sfrangiata della libreria domestica, “nell’artiglieria di scatoloni e ingombranti salmerie domestiche”.
Difficile trovare una concomitanza così febbrilmente esatta di sguardo e scrittura – la prosa di Mandel’stam è di una precisione abbagliante, implacabile, al limite della freddezza. Che cerca probabilmente modelli fuori dalla letteratura – utile al riguardo leggere le pagine dedicate ai concerti di Hofmann e Kubelik, esecuzioni fatte di “impervie e gelide vette di virtuosismo”.
Il volume adelphiano contiene in tutto quattro testi, ritagli di un viaggio in Crimea (“Teodosia”), una storia d’invenzione sullo sfondo della Rivoluzione d’Ottobre (“Il francobollo egiziano”) e un’ultima prosa violentemente virata contro il potere sovietico che non potrà tollerare l’esistenza di una mente così fervida, indipendente, una “memoria spinta dall’ostilità”: in questo caso con evidenti quarti di ragione. Scritta fra il ’29 e il ’30, dopo le altre, inizierà a circolare come samidzat solo quarant’anni dopo. Nel frattempo,L’Epigramma a Stalin gli sarà costato carissimo.
18/apr/2012
Chi ha paura della critica musicale?

Si utilizzano facilmente parole pesanti per dire il commercio di favori e impudenze e porcherie assortite che infestano il mondo editoriale – compreso l’indotto di letture, silenzi sospetti, e marchette vendute per recensioni. Si parla di mafia, per dire. Che stona un po’ – essendo la sua storia tout court quella tragica dell’Italia che moderna non è stata mai.Non che non siano configurabili come crimini quelli dell’editoria nostrana afflitta da quarantenni che scrivono come adolescenti (rockettari preferibilmente) e signore lagnose che lamentano di non essere morte da piccole. Saltati i confini (incerti per definizione) fra letteratura e ciò che letteratura non è, lo stesso è successo con la musica, ma per motivi meno ignobili, interni alla cosa in sé. Si è rivisto il concetto stesso di musica colta, si è compreso e dimostrato come da Bach a Mozart il discrimine fra l’intrattenimento e l’arte non sempre sia stato così perspicuo – e via di questo passo, senza peraltro temere l’indistinto ciarlìo e l’assai imbarazzante confusione che ha finito per mettere tutto sullo stesso piano. A ciò hanno contribuito migliaia di entusiasti non del tutto alfabetizzati che hanno scritto e scrivono di musica extracolta affidandosi a opache locuzioni (da quanti “tappeti sonori” sono state afflitte le tipografie italiane?) e soprattutto a insensate profusioni di affetti e sentimenti scambiati per critica – quello emotivo avanzando diritti planetari come “discorso” inconfutabile e apodittico, pena passare per barbogi accademici anche quando l’università ha smesso persino di essere un ricordo.Ora, l’editore romano Carocci, nei Quality paperbacks, ha pensato una collana, “La canzone d’autore, fra musica e poesia”, diretta da Stefano La Via, dedicata al genere della canzone d’autore, che tiene conto della interazione fra l’aspetto letterario e quello musicale in una prospettiva che non si ha timore di definire “colta” sebbene in “un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori”. Qui non è tanto questione di divulgazione alta, quanto - questo lo diciamo noi - di rovesciare il paradigma in auge in questi anni deprimenti in cui un riccioluto furbetto del quartierino mediologico-musicale come G.Allevi può far credere di essere un musicista che “riaggiorna la classicità” (???), facendo il paio con l’ignoranza diffusa di chi scrivendo di musica se la cava con “sogni, energia, sentimenti”… Qui invece di (s)parlare per via di mere impressioni (quando va bene) si tenta la via dell’analisi – opinabile sempre, ma con cognizione di causa. Difatti, nei volumi dedicati a Fabrizio De André, Cantastorie fra parole e musica (di Claudio Cosi e Federica Ivaldi), Bob Dylan, Un percorso in sedici canzoni (di Alessandro Bratus), e Paolo Conte, Un rebus di musica e parole (di Mauro Bico e Massimiliano Guido), usciti alla fine del 2011, il lavoro è fatto da musicologi, italianisti, ricercatori. Che mica si vuol dire una garanzia a prescindere – ma intanto, assicurare un minimo di “basi filologiche per fondare un’esperienza analitica e interpretativa quantomeno solida” (La Via nella prefazione al volume su De André). Che vuol dire? Vuol dire argomentare, per esempio. Nella tragicommedia per cui tutti scrivono e nessuno legge va ricordato che non c’è critica senza capacità di argomentazione – e questo si fa sui testi. E sulla tradizione che li precede, ne è implicata, nello specifico quella letteraria e quella musicale. Si tratta di linguaggi, non di mozioni degli affetti. Né mancano in ogni volume esaustive discografia, bibliografia, indici analitici… Inutile dire che sulla stampa non ne ha parlato nessuno. Se il volume dedicato a De André ne percorre l’opera attraverso capitoli tematico-cronologici, fra una poetica dei “miserabili” e la rielaborazione di uno schema di cantata tedesca del ‘700 ('Tutti morimmo a stento') o una rilettura del Volume VIII, in cui l’influenza di Bob Dylan è mostrata attraverso l’utilizzo di nuove linee melodiche, nuove soluzioni ritmiche e intervalli inopinati, nel libro sull’americano lo studio si concentra su sedici canzoni “esemplari”, mentre sei sono i pezzi che bastano ai due autori del lavoro su Paolo Conte lungo la linea dell’intera carriera per costruirne un profilo artistico plausibile. L’analisi del racconto musicale investe in tutti i casi strutture metriche e cifre ritmico-melodico-armoniche, tecnicamente investigate nei rapporti reciproci fra testo e partitura, versi e musica. Ottima iniziativa. Ottimo Carocci.
Si astengano i pigri e gli accidiosi.
12/apr/2012
Gianni Solla
IL FIUTO DELLO SQUALO

Gianni Solla ha scritto un libro spassoso e insieme funesto, di carne maleodorante e diffusa,di quell’umorismo nero di vecchia ma validissima accezione moraviana per cui si finisce col ridere della morte. "Il fiuto dello squalo" racconta in prima persona la storiaccia di una vita infame, grottesca quanto si vuole ma in fondo non più tanto del “reale” prodigiosamente osceno che è oggi il nostro paese regredito a un grado zero di tutto. Una storiaccia napoletana, in cui Sergio Scozzacane (questo il vero nome del protagonista) è un impresario di pseudocantanti e gruppetti straordinariamente votati al fallimento.
Poveri sciagurati insomma, che l’uomo intorta mostrando loro presunti dischi di platino, in realtà “patacche fatte produrre da un fabbro a sette euro”, illudendoli che la sua casa discografica, la Musica Blue Records (a pagamento…) darà prima o poi il successo agognato. Gente come lo squalo, è noto, non si accontenta di fregare il prossimo. I soldi non gli bastano mai. Anche se vive in una sordida pensione, circondato da una laidezza totale, e da donne terrificanti. È uno che i debiti se li va a cercare. E a Napoli basta contattare un camorrista per inguaiarsi ulteriormente – il peggio è fatto in un attimo. Perché poi i debiti si pagano, specie in questi casi. Altrimenti, si viene convinti attraverso metodi molto persuasivi. Con lui cominciano tagliandogli un dito del piede, per dire.
Lo squalo è messo così quando scopre che Mattia, una volta tanto un ragazzo che la voce ce l’ha, si guadagna un riconoscimento importante in televisione. Considerando che ce l’ha sotto contratto per altri due mesi, pensa che questa sia l’ultima occasione per venir fuori dalla sua vita di merda – anche perché i soldi da restituire alla camorra sono tanti. Solo che Mattia sa cantare quasi senza saperlo, è un ritardato, difatti ha una sorella, cieca, che pensa a lui. Il viaggio che li porterà a Sanremo – illusoria svolta di tre vite disperate - declina in versione esilarante ma amarissima non un impossibile on the road né tantomeno un ultimo cammino della speranza ma una deriva drammatica di poveracci qualunque.
Con il che arriviamo al punto di questo strano romanzo. In giro se ne parla come di un pulp – e va bene, ma la tragicommedia nera che mette in scena, meglio ancora, la voce che la scrive – focalizzazione che più interna non si può - sembrano, rispetto alla realtà di questo paese – gli ultimi vent’anni sotto gli occhi di tutti – persino “verosimili”. L’orrore è a portata di mano, Napoli-Italia oggi, fuori dal libro, non è meno raccapricciante. Diverte il libro, e molto, anche se forse qualcosa non convince del tutto. Romanzi del genere sono difficili da tenere per duecento pagine senza essere ripetitivi – rischio che "Il fiuto dello squalo" nei momenti di raccordo della storia dove si tratta di tirare il fiato fra una scena importante e l’altra, non può evitare. Le pause di riflessione di questo fallito consapevole, figuro di una sinistra tenerezza, insudiciato nei suoi letti schifosi, nei suoi abiti maleodoranti, nell'orrore fisico che lo tiene in piedi come una somma sbilenca di croste e moccoli, a volte sono prolisse, e il ritmo rallenta. Inoltre, qualche impennata linguistica ti domandi se sarebbe davvero a disposizione del suo vocabolario. Ma forse è inutile farsi domande teoriche sul grado di mimesi del romanzo – è sicuro che il paesaggio sociale che descrive è più diffuso di quanto siamo disposti ad ammettere. Quando entra nel vivo dell’azione, quando il grottesco emerge per necessità e non solo per mero artificio letterario, questo romanzo è davvero avvincente.
05/apr/2012
www.alibionline.it
Se non v’è chi non consideri Giuseppe Bonura un minore del Novecento italiano, su Ottiero Ottieri il giudizio appare più variegato. Qualcuno lo considera un grande minore, qualcuno forse un grande e basta, qualcun altro vola decisamente più basso. Perché metterli insieme, oltretutto dentro una stupida competizione come questa? Perché sono appena usciti due libri dalla casa editrice Hacca, che continua il suo lavoro di ripescaggio di autori novecenteschi, più o meno legati al mondo industriale come nel caso di Tempi stretti di Ottieri (prima edizione Einaudi nei “Gettoni” di Elio Vittorini, 1957) o, come per Bonura, alle prese con un libro a tutti gli effetti “nuovo”, Racconti del giorno e della notte, testi brevi in parte inediti in parte no, per la prima volta riuniti in volume.
Certamente risulta lettura più amena quella dei Racconti di Bonura. Senza un filo comune se non quello dell’impostare una voce, di delegare a prime persone di narratori via via briosi o malinconici, capziosi o candidi il racconto di piccoli o grandi travagli, declinati principalmente in una tonalità grottesca ma educata – in minore, diremmo. A cominciare dall’esorcista del primo racconto, mesteriante delle tenebre piuttosto avventizio, e un po’ grezzo nel suo esercizio, munito di un candelabro d’oro che sferra sulle teste dei suoi pazienti. Metodo eterodosso ma efficace, se il conto in banca sale con la fama dei suoi servigi, al punto che l’uomo si trova persino costretto a rifiutare qualche cliente troppo frettoloso e intemperante. Con conseguenze imprevedibili.
Sono voci di personaggi non privi di bizzarrie, costretti per esempio a imitare gli altri per entrare in empatia con loro, che guardano con sano scetticismo alle differenze di classe, alle roboanti promesse di felicità della società di massa, industriale e postindustriale, che quanto più sollecita l’individualismo presunto delle persone tanto più ne dimentica o tenta di azzerare la peculiari e idiosincratiche manie - quelle qui in carico a personaggi falotici che si sforzano di tenere sotto controllo l’assurdo della vita, o paiono accettarlo con rassegnato fatalismo. Il ritmo, la misura nonché l’evidenza cristallina dei ritratti fanno di alcuni di questi testi piccole macchine di godimento.Copertine di Maurizio Ceccato, come sempre – bellissima quella del libro di Bonura.
03/apr/2012
povera italia
dite quel che vi pare, ma a me, in una situazione del genere, con poveri cristi che si danno fuoco, e la merda che non galleggia più ma si estende in rocciose concrezioni sempre più massicce, imponenti, e nomi e cognomi che sanno tutti, che vedi ogni giorno, quelli che lo solidificano ogni giorno, 'st'enorme cemento di merda che ha seppellito un paese ormai patetico, nomi e cognomi di figuri penosi che non temono di uscire per strada - e dovrebbero, eccome, se dovrebbero - e piuttosto ostentano la certezza più lussuosa di tutte, quella dell'impunità, ecco, che tutto ancora non esploda, ma davvero, proprio non mi pare un indizio di salute...
02/apr/2012
Gipi
L'ultimo terrestre

Per chi se lo fosse perso, vale la pena segnalare l’uscita in dvd di un film insolito, non del tutto riuscito, ma certo interessante e non privo di una sua periclitante grazia – parliamo de L’ultimo terrestre, opera prima di Gipi, nome d’arte del fumettista Gianni Alfonso Pacinotti. Tutto comincia con uno sfondo di cielo stellato e la messa in onda di una nota trasmissione radiofonica. Le frequenze arrivano nella radio di una piccola utilitaria malmessa e isolata in uno spazio urbano desolante. Dentro, un uomo che ha tutto dello sfigato: faccia, portamento, camicia e giubbetto – sempre gli stessi come vedremo, improbabili. Ascolta distratto la conversazione strampalata fra il conduttore e gli ascoltatori – parlano di una possibile invasione di alieni e intrecciano l’argomento in maniera assurda, comica, illogica con altre faccende. L’uomo ascolta ma in realtà è impegnato al telefono nel tentativo di rimediare prostitute al cellulare con cui passare la serata. Ecco, lo intuisci dall’inizio che è un’opera virtualmente aperta verso tentazioni formali, stilistiche e narrative tutte da decifrare. Ispirato a un fumetto non dell’autore, ma di Giacomo Monti, di cui Gipi adatta liberamente il lavoroNessuno mi farà del male, prodotto dalla Fandango, uscito nelle sale nel 2011 e ora in dvd Cecchi Gori, il film percorre la storia di un uomo tanto dimesso quanto lunare, Luca Bertacci, colta in un breve periodo durante il quale sono tutti in attesa di uno sbarco sulla terra degli alieni.L’uomo non sa più nulla della madre da quando era bambino, e la cosa in tutta evidenza non lo ha aiutato, soprattutto quanto a rapporti con l’altro sesso. Lavora come cameriere al Bingo, vive in un appartamento tristissimo in un caseggiato da fine della storia – solo un po’ più triste di una possibile new town da suicidio, vuoto come l’assenza di senso che sembra connotare questi cascami di vita occidentale – periferia italiana ormai poverissima in cui soltanto uno humour sbilenco e una certa fissazione per il sesso sembrano tenere in piedi i più (“Lo stile italiano è saper servire” dice un altro cameriere, frase che andrebbe studiata a memoria, ma del resto questo è il paese del Cortigiano e delle buone maniere di Monsignor della Casa).Luca ha una vicina che sembra sconvolta dallo scoprire che lui le appare come “la cosa più brutta” che abbia mai visto. Nel corso del film, cambierà idea. E darà forse una svolta a un’esistenza che sembra ruotare intorno al lenocinio come sola possibilità di renderla sopportabile. Non per altro, le puttane del film sono surreali, forse letteralmente oniriche, e i trans quanto di meno eccentrico sia rimasto in giro.
L’idea bizzarra quanto accattivante di mettere insieme il travaglio di un personaggio malandato e un evento - la possibile invasione degli alieni (dei quali in realtà non pochi sospettano che non potranno essere peggiori degli italiani) - sbilancia la storia verso una narrazione grottesca, a tratti poetica, fatta di incubi e fantasie a volte riuscite altre meno, giocati in una luce un po’ straniante, all’inizio quasi livida, di quelle che non concedono molto alla speranza di sottrarsi alla disperazione. Tanto che la sola luce naturale amichevole, rassicurante, di tutto il film inquadra una campagna dove in effetti accade l’impossibile - testimone il bravo Roberto Herlitzka. Film infine eccentrico ma non troppo, satirico e candido nello stesso tempo, comico e amaro, sospeso fra convenzione e invenzione, cinema e graphic novel. Il che ha fatto storcere la bocca ai “puristi” - di cinema, arte bastarda quanto nessun’altra. Mah.
25/mar/2012
alan bennett - leggerezza vs inconsistenza
Questa commedia del meraviglioso Alan Bennett vi divertirà parlando di cose serissime, di storia e di verità per esempio. Gli studenti di storia è datata 2004 ma è stata tradotta soltanto ora da Adelphi. Bennett fa ridere, lo sappiamo, come pochi. In Italia di scrittori così non ce ne sono.Mah, qualcuno passa per esserlo, divertente, ma vola basso rasoterra, dimentico dell’avvertenza di Valéry, per il quale “Il faut etre léger comme l’oiseau, et non comme la plume”: allora sentono subito odore di intellettualismo e preferiscono costeggiare la buona sana ignoranza che assicura qualche copia venduta in più e il plauso degli utili idioti messi a firmare la cosiddetta critica letteraria di giornali noiosi e facoltosi.
continua sul recensore.com
continua sul recensore.com
19/mar/2012
Raro Video . Greetings De Palma
La prima cosa che ti vien fatto di pensare se ti metti a riguardare Greetings (Ciao America nella versione italiana) di Brian De Palma, a parte il décor anni Sessanta quasi esasperato, è il senso di notevole libertà della narrazione. Non solo perché le storie che lo compongono offrono lo spettacolo di una disinvolta insofferenza per le ragioni commerciali o puramente tradizionali dell’intreccio, della suspense, del romanzare ben congegnato, ma la capacità, invero tutta registica, di muoversi attraverso stili differenti – in questo e non solo dando ragione alla pretesa del De Palma d’antan di definirsi il Godard americano.
E direi che in effetti nonostante gli omaggi anche espliciti a Truffaut, è all’autore di À bout de souffleche maggiormente guarda De Palma. In uno scenario americano che spazia dalle strade aperte e colorate degli anni Sessanta agli interni fintamente ingenui e semplici, poveri, in realtà ipercerebrali tipici di certa nouvelle vague, dalla luce insieme sgranata e livida, discretamente espressionistica, il regista di Carlito’s Way, Blow Out e qualche decina di altri film comunque molto diversi da Greetings, disegna geometrie sbilenche, oblique della gioventù americana che rifiuta la missione fintamente democratica in realtà fin troppo autoritaria dell’America di quegli anni.
Il film racconta di tre amici, giovani maniacali, balordi a modo loro, ossessivi o logorroici alle prese con le distorsioni dell’american dream (un sogno in questo caso assai straniante).
Joe - Robert De Niro, bel pischello -, incline al voyeurismo cinematografico, cultore di un genere per cosi dire autoprodotto visto che si diletta a filmare donne che si spogliano davanti alle finestre; Paul (Jonathan Warden), che De Palma lascia in balia di una serie grottesca di piccole avventure nel tentativo di farsi riformare dall'esercito ed evitare così la tragedia del Vietnam (preoccupazione condivisa con gli altri personaggi); infine Lloyd (Gerrit Graham), il cui unico scopo nella vita sembra essere quello di scoprire com’è davvero andato l’affaire JFK, escludendo come fa a priori che Kennedy sia morto per le ragioni propagandate dalla versione ufficiale.
L’evidenza di un potere coercitivo ma in superficie soft, che utilizza la televisione e l’appello ai “valori” americani del suo Presidente, è raccontata in chiave dissacrante e non priva di auto-ironia. La commedia vira verso il grottesco, il dramma (a parte Lloyd che viene fatto fuori con un colpo di pistola) è sottotraccia, i movimenti di macchina presentano una varietà di soluzioni notevole (compresi gli inserti reinventati da cinema muto) che riflette la libertà informale della struttura complessiva, con qualche momento di stanchezza nei momenti più accanitamente verbigeranti, secondo temperamento maniacale di certa generazione afflitta da inquietudine elocutiva e accanimento ragionativo, anche nel cazzeggio.
Terzo lungometraggio (1968) di Brian De Palma, che avviava con questo film e il successivo Hi, Mom! l’intrapresa di un cinema statunitense autoriale assieme a Coppola e Scorsese, Greetings vinse l'Orso d'argento a Berlino. Ora è uscito in DVD per le fondamentali edizioni RaroVideo.
18/mar/2012
Intervista
Fernando Coratelli

In occasione dell’uscita del suo secondo libro, Quando
il comunismo finì a tavola (l'editore è CaratteriMobili di Bari, avanguardia del "piccolo ma sveglio", fra narrativa, saggistica e cinema - e grafica curatissima) Fernando Coratelli ci ha gentilmente rilasciato questa intervista. Le
caratteristiche del romanzo ci hanno indotto intanto a domandargli quanto
coincidano il narratore-protagonista del libro e lo scrittore in carne e ossa.
Non per la solita pruriginosa curiosità su eventuali tracce autobiografiche ma
per il fatto che il libro inscena dei “discorsi” sul mondo, idee, insomma.
Fernando, m’interessa il punto di vista
dell’autore empirico, diciamo.
All’inizio del libro, come avrai visto, c’è
un’avvertenza al lettore: l’io narrante e il narratore non collimano
perfettamente. Ma autore e protagonista hanno parecchi punti in comune, in
particolare circa le idee e le considerazioni sul mondo e sulla sinistra. A
dire il vero sono molti anche i riferimenti autobiografici, direi che se si
esclude l’escamotage narrativo dell’intervista il resto è quasi tutto
coincidente con la mia biografia personale. Beh, ho cambiato qualche nome e ho
invertito qualche episodio, questo per dare a certe idee più vigore.
Mi par di capire che concordi sostanzialmente
con l’idea che l’89 per l’Occidente sia stato una catastrofe.
Lo profetizzò a suo tempo pure Giulio Andreotti
(c’è una frase che metto in esergo). L’89 è stato una catastrofe e peraltro ha
chiuso in anticipo il Novecento, il secolo breve, che si era anche aperto in
ritardo nel 1914 con la Grande Guerra. La caduta del Muro ha avuto un effetto
domino dirompente sia sul proscenio internazionale sia su quello italiano.
Basti pensare alla Guerra del Golfo del 1990 di Bush padre: l’Unione Sovietica
era ancora in piedi, ma ormai si era capito che non avrebbe più fatto da contrappeso
(nel bene e nel male) a un’iniziativa di guerra da parte statunitense. Anche se
quella guerra fu condotta sotto l’egida dell’Onu, con tutti i crismi
internazionali eccetera, fu chiaro a tutti che da quel momento la Nato avrebbe
sostituito l’Onu. In Italia, invece, la caduta del Muro accelerò quel processo
di americanizzazione della sinistra che portò in fretta e furia a mettere in
soffitta bandiere, simboli e storia per darsi alla grande abbuffata al cui
tavolo da anni mangiavano democristiani e socialisti.
L’incrocio è obbligato. Hai vissuto con un certo
coinvolgimento l’ambito politico e sei uno scrittore. Quale credi che sia un
contributo possibile della letteratura allo stato delle cose? Non parlo in
generale, dico oggi, in Italia.
È una domanda che ho sperato tu non mi facessi. So
di essere assai pessimista al riguardo. Di botto risponderei “contributo
possibile – nullo”. Non so se la letteratura e l’arte in generale abbiano più
potere di cambiare (se mai lo hanno avuto) le cose. Temo siano state del tutto
disinnescate. Si può tentare di dare voce a chi voce non ha. Ma qui poi sorge
un altro problema. Se anche la letteratura desse voce a
emarginati/precari/vessati ci sarebbe poi qualcuno in ascolto? Fuor di
metafora: chi legge oggi? So che non si risponde con domande a domande, ma sai
io mi sento solo un narratore, pongo interrogativi cui io stesso cerco
risposta.
L’io narrante del tuo libro annovera fra i suoi
scrittori di riferimento Brancati, Bianciardi, Pontiggia… E il primo libro di Erri
De Luca. Io ho molte riserve sullo scrittore napoletano. Cos’è che attrae
invece il tuo personaggio (o forse proprio Fernando Coratelli)?
Beh, Non ora, non qui è un gran romanzo, dal mio punto di vista.
Stilisticamente e narrativamente. Poi sì, gli ultimi suoi romanzi/libri non
hanno convinto tanto neanche me. Però io gli devo molto da un punto di vista
personale e umano.
Lavori molto in rete. Tornogiovedi, che dirigi,
è una bella rivista che tiene insieme scrittura, architettura, fotografia,
riflessioni. Non mancano però nel libro considerazioni assai critiche
sull’utilizzo della rete, facebook in primis. Fuori dai denti: pensi che serva
ad altro che ad autopromuoversi?
La rete in generale è qualcosa ormai di
imprescindibile. Non so cosa ci riservi il futuro dal punto di vista
tecnologico, ma credo che il nuovo secolo inizi proprio lì dove il vecchio
finiva, a cavallo tra l’89 e il 1993 – fra la caduta del Muro e l’arrivo di
Internet. Detto questo, Facebook è sì un ottimo strumento di autopromozione (ma
anche di promozione in generale), una buona agorà in cui dire qualcosa senza
uscire di casa. Ma poco altro. Come Twitter, del resto. Io non credo troppo
all’informazione dal basso, spesso è più falsata e mediata di quella dall’alto
– soffrono le stesse psicosi goebbeliane. Se io ora andassi sul mio profilo
Facebook o Twitter e scrivessi che “x” è un corrotto o “y” è stato arrestato,
non vuoi che fra i miei mille e più contatti ci sia almeno uno che senza
documentarsi rimbalza la notizia e a cascata essa si sparge per la rete? Casi
simili sono già accaduti peraltro. No, non credo che i social network possano
evitare di sporcarsi le mani di falsità e storture come i media canonici.
Mi pare che nel tuo futuro di scrittore sia alle
viste un romanzo con un editore romano. Un’ anticipazione?
Sì, nel 2013 uscirà un mio nuovo romanzo per Gaffi
editore. È però di tutt’altra pasta rispetto a questo. È un romanzo corale, in
terza persona, piuttosto corposo con un plot consistente, in cui analizzo
l’accidia, l’individualismo e la confusione dell’Occidente.
15/mar/2012
Erik Larson
Il giardino delle bestie
Neri Pozza

Romanzo misurato ma appassionante,Il giardino delle bestie (l’editore è il vicentino Neri Pozza, la traduzione di Raffaella Vitangeli) dello scrittore e giornalista americano Erk Larson, che ricostruisce la storia del diplomatico americano William E. Dodd, inviato nel 1934 da Franklin Delano Roosvelt nella città in cui in quegli anni si stava letteralmente scrivendo e preparando una delle pagine più incredibili e orrifiche della storia umana – la splendida Berlino, ricolma di vessilli nazisti, bianco rosso e nero, triade sinistra che si staglia sul grigio diffuso che siamo abituati a percepire dai filmati dell’epoca e che mai come in questo caso ci sembra erroneamente necessario. Pare che l’industria del cinema americano si sia già mossa per fare del romanzo una trasposizione filmica di quelle da grande pubblico. Gli ingredienti ci sono (eccezion fatta per la scrittura temperata e attenta laddove notoriamente il cinema pesca bene da storie dal discreto potenziale narrativo ma scritte da cani) a partire dallo sfondo storico-geografico appunto. L’idea poi della “storia vera” per Hollywood è un ovvio elemento di attrazione. Peraltro l’autore ci tiene a definire il suo libro come un’opera di “non-fiction”: il virgolettato di ogni pagina non è di sua invenzione ma riportato da documenti, lettere, testimonianze etc.Fortunatamente, si tratta di un’ottima lettura per tutt’altri motivi, intrinseci alla bravura dell’autore. Che racconta di William Dodd, in principio uno storico, professore all’università di Chicago e dell’incarico che riceva di finire a capo della rappresentanza diplomatica americana a Berlino. L’affare lo sorprende, anche perché non gli risulta di avere santi nel paradiso dell’America che conta. In fondo non è che uno studioso che ha imparato il tedesco molti anni prima in un nemmeno troppo lungo soggiorno a Lipsia. Non pare particolarmente ambizioso se non nella sua professione, inadatto alla diplomazia e alla politica (ossia alla mondanità e alla fabbricazione di intrighi). Ma la sua ritrosia e discrezione nonché l’orientamento politico-culturale diremmo oggi progressista sembrano un ovvio anche se non determinatissimo contraltare alla furia nazista con cui dovrà fare i conti.Così, nel fasto cupo dei ricevimenti e delle feste dell’élite tedesca, Dodd si muove con educata parsimonia – financo eccessiva. Non che non veda l’escalation di esplosioni di violenza sempre più assurde. Le notizie sul regime che gli americani come tutti tendevano a sottovalutare, un po’ alla volta prendono sotto gli occhi del diplomatico la consistenza invincibile di fatti nudi e crudi, al punto che il Tiergarten - il più grande parco di Berlino, il centro di una vita urbana spettacolare - perderà ogni attrattiva per trasformarsi nella gigantesca sineddoche di una mostruosità: un giardino delle bestie, appunto. Abitato da “un’orda criminale di vigliacchi” scrive in una lettera il protagonista.La vera complicazione narrativa da cui muove la storia, assieme al passaggio tragico della cosiddetta “notte dei lunghi coltelli” che dà una sterzata irrimediabile al clima del regime e al rapporto fra la Germania e gli americani, è un personaggio molto diverso dal diplomatico, la figlia Martha, ventiquattrenne un po’ troppo sensibile alle faccende d’amore. E a una certa idea del bello tanto perigliosa quanto superficiale. Lei subisce il fascino di una città che aspira in quegli anni a diventare “la capitale del mondo”. E degli uomini che la abitano. I peggiori. Che sfileranno davanti al lettore attraverso uno sguardo che riesce nell’impresa non scontata di rinnovare l’interesse verso un’epoca e un mondo che la letteratura e il cinema non smettono di saccheggiare.
10/mar/2012
Spioni e comunisti (oddio, ancora?)
dal paradiso
dal paradiso

L’eccessiva irrequietezza e sensibilità di Vittorio Gassman ne faceva un potenziale sovversivo - e perciò un tipo da tenere d’occhio, per i celeri tutori dell’ordine democristiano. Non so se è da considerare più un titolo di merito per l’attore o un paragrafo da aggiungere alla tragicomica sostanza di cui è fatta la storia dell’Italia repubblicana.Ma c’è poco da ridere, il lavoro di Mirella Serri Sorvegliati Speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980) è condotto su materiale degli archivi di stato. Scopriamo che lo status di “intellettuale” agli occhi di celerini questurini e carabinieri convinti di salvare la patria dai cattivissimi fan della falce e martello nonché buongustai di bambini, veniva concesso con molta facilità. Veniamo così a sapere che un bel pezzo del mondo teatrale e cinematografico del dopoguerra e dei decenni successivi viene monitorato e segnalato fra una recita e l’altra. Chissà se i più giovani immaginano che la dolce e soporifera Dacia Maraini potesse inquietare le notti delle nostre “forze dell’ordine” (nominalmente democristiane, sostanzialmente fascistoidi). O che le stesse prendessero sul serio i sogni (?) rivoluzionari di Gianfranco Funari o Giampiero Mughini (sic), o l’indecidibile afflato sovversivo del sempiterno Max D’Alema o dell’altro ineffabile Claudio Petruccioli (la suina pinguedine nel suo caso è una maschera ordita dal kgb). Avete voglia di denigrare gli anni Settanta, ma chi non li ha vissuti non s’è perso solo il piombo. Uno pensa a Feltrinelli, e vabbè, sa tutto della coppia Rame –Fo, PPP va da sé e con uno come Toni Negri dico, che dovevano fare? Essere vicini al Pci non suscitava simpatia. Essere a sinistra del Pci, peggio. Ma leggere certi nomi lascia interdetti. Gente già allora di spettacolo (perplime e spalanca abissi di ilarità trovare chessò il nome di Paolo Liguori - detto “Straccio”, all’epoca in Lotta Continua poi passato per il peggio degli ultimi decenni, da Comunione e Liberazione alla servitù del pecoreccio e agonizzante signore di Arcore), questa spavalda guitteria assortita sembra eccitare i poliziotti, artefici di mattinali che ne restituiscono pari pari l’immagine di broccoloni cattivelli tuttora in auge – l’immagine dico. Ridere fanno ridere spesso, ma non di rado fanno anche male (come oggi peraltro), come quando salta la rappresentazione de Il Vicario di Rolf Hochhuth, non proprio indulgente con l’indulgenza per non dire peggio di Pio XII verso il nazismo. Gian Maria Volontè ne sa qualcosa. Le botte volano.Il fatto è che molti non sanno che negli anni Settanta bastava essere un pischello e farsi una canna immaginando di essere Robert Plant piuttosto che accamparsi sotto l’ala protettiva di un prete o di un banchiere per meritare l’attenzione di una scheda a carico. Era sufficiente per ritagliarsi quel tanto di nobiltà spirituale che spettava ai ribelli, veri o presunti (la seconda che ho detto innanzitutto e per lo più).I motivi fondamentali di tanta alacrità erano i soliti: la fobia del comunismo, la filiazione fascista degli apparati di controllo (si direbbe che Togliatti con la sua amnistia le grane se le sia cercate) la guerra fredda, il maccartismo. Tutto concorreva ad accrescere la solerzia sospettosa di un potere non solo timoroso dell’avanzata comunista ma che non sapeva nemmeno distinguere fra l’anarchismo, poniamo, il maoismo (spesso improvvisato, è risaputo), e le Botteghe Oscure tutt’altro tenere con chiunque non la pensasse come loro.
La Serri peraltro, nella sbilanciata introduzione che apre questa peraltro interessante “microstoria” di gendarmi – e di spie infiltrate - a caccia di agitatori sediziosi e magari terroristi ne approfitta per ricordare quanto brutta fosse la figura dell’intellettuale organico, quanto ciechi fossero i suoi esemplari rispetto alla tragedia sovietica (esagerando alquanto nel sostenere che tutti stessero ancora in adorazione di Stalin - quando? negli anni Settanta? mah) e quanto l’Italia sia ancora oggi priva di una vera cultura liberale, che si direbbe ai suoi occhi la sola degna di esercitare spirito critico. Naturalmente, Paolo Mieli ci si è buttato a pesce.
Iscriviti a:
Post (Atom)


